I carnefici

I carnefici

Per individuare i carnefici, i ricercatori hanno dovuto confrontare accuratamente le fonti a loro disposizione, ricche di informazioni erronee o contrastanti tra loro. Volendo partire dai documenti redatti nei mesi successivi alla strage, basti notare come il notiziario della GNR  del 22 agosto 1944 attribuisca le responsabilità a “militi della GNR ed elementi della polizia germanica, per rappresaglia contro gli abitanti”, mentre l’appunto per il duce dell’11 agosto 1944 sostenga invece che Tavolicci “sia stata distrutta dai germanici durante una rappresaglia” ed in particolare “dalle SS tedesche” su iniziativa di “un maresciallo delle SS germaniche”, ed infine il dattiloscritto redatto in ambito partigiano faccia riferimento a “militi fascisti travestiti da tedeschi”. La stessa sentenza della Corte d’Assise Straordinaria di Forlì sbaglia nell’attribuzione delle responsabilità, indicando gli imputati come membri delle SS italiane.

In realtà, i militi appartengono al IV Battaglione di volontari di polizia italo-tedesca, nato a Biella tra il dicembre del 1943 e il gennaio del seguente anno. In origine i battaglioni avrebbero dovuto essere 6, ma solo 4 vengono in parte resi operativi e già nel settembre 1944 ne rimangono esclusivamente due a motivo delle numerose diserzioni. Il IV Battaglione, composto da tre compagnie e soprattutto da giovani meridionali, si sposta da Biella a Bologna e poi nelle sedi operative di Pieve S. Stefano, S. Piero in Bagno, Sarsina e Balze.

Notiziario della GNR, 22 agosto 1944

Appunto per il Duce, 11 agosto 1944

Dattiloscritto partigiano

I responsabili appartengono ad una formazione già macchiatasi di crimini di guerra.

I reparti del IV battaglione di volontari della polizia italo – tedesca, che la mattina del 22 luglio 1944 perpetrarono la strage, provenivano da San Donato di S. Agata Feltria, Balze, Sarsina località in cui erano alloggiati e nel corso della notte giunsero nel piccolo bosco nei pressi di Tavolicci. I cani  del borgo erano irrequieti e due giovani Leopoldo Sartini e Giuseppe Botti decisero di tornare a dormire nel rifugio fuori dal paese. All'alba, i poliziotti, il cui numero non è stato possibile accertare con precisione ma non meno di 80, circondarono il piccolo borgo, entrarono in tutte le case e costrinsero gli abitanti ad uscire. Due ultraottantenni e infermi Domenico Sartini e la moglie Benilde Montini furono lasciati nel loro letto e nessuno dei poliziotti si presentò nella stanza di Domenico Babini. Fatti usciure gli abitanti, gli uomini furono separati dalle donne e dai bambini. Chi non sottostava immediatamente agli ordini veniva ucciso come nel caso di Francesco Sartini che chiedeva di poter assistere la salma della moglie Francesca Botti deceduta la sera prima, e di Giuseppe Sartini freddato sulla porta di casa della figlia Giovanna che stava disperatamente cercando ignorando le intimazioni dei poliziotti di unirsi agli altri uomini.

Donne, bambini e ragazzini furono rinchiusi nella cucina a piano terra di Domenico Bacellini mentre le case venivano spogliate delle cose di valore e incendiate. Gli uomini, dopo essere stati legati gli uni agli altri, furono portati sulla piazzetta antistante il locale dove erano rinchiusi le donne e i bambini. Poi un poliziotto aprì la porta del locale dove erano le donne e i bambini e ordinò di stendersi a terra, poi iniziò a sparare. Il poliziotto sospese le raffiche per ricaricare il mitra, Cesira Castronai con in braccio Pietro, l'ultimo nato di 15 giorni, seguita dai figli Domenico detto Doro di 17 anni, Maria di 14 con in braccio la sorellina Elisa di 4 anni e da Gino Sartini, un ragazzino di 13 anni, salì la scaletta che portava al piano di sopra. Nel piano sottostante il milite riprese a scaricare il mitra sulle donne e i bambini e poi sparò colpi di pistola verso chi si lamentava. Nel frattempo altri militi incendiavano la stalla sottostante e le fiamme e il fumo invasero l'ambiente. Un intenso fumo salì anche al piano di sopra e la Castronai aprì la finestra e salì sul tetto, Maria consegnò la sorellina Elisa nelle braccia della mamma e una raffica di mitra le uccise entrambe. Diverse donne ferite, ma in grado di muoversi, in preda alle fiamme raggiunsero la porta e uscirono all'esterno e furono uccise a colpi di mitra dai militi. Anche al piano di sopra l'aria era ormai irrespirabile. Doro, al quale la madre aveva consegnato il piccolo Pietro, salì sul tetto assieme all'amico Gino. Misero il piccolo fra due lastre con l'intendimento di tornare a prenderlo, poi salirono sul tetto più alto e con un balzo di quasi tre metri si gettarono nell'orto e poi nel campo del grano guadagnando la salvezza. Maria, invece, non ebbe il coraggio di  salire sul tetto e ridiscesa la scala tornò nella stanza sotto, prese in braccio il piccolo Renzo Sartini di un anno e per mano il fratellino Giovanni di 5 anni, rimasti quasi incolumi, e uscì, e si avviò verso il rifugio dove sapeva che i giovani di Tavolicci erano soliti nascondersi. Dal locale in fiamme uscì anche la piccola Adriana Sartini e fra i corpi delle donne uccise vide quello della mamma mentre da dentro la stanza le giungevano le invocazioni della sorellina Maria, che aveva le gambine spezzate dalle pallottole e non poteva muoversi. Adriana rientrò tra le fiamme, la prese in braccio e la portò in salvo. Dalla stanza in fiamme, nonostante le gravi ferite alle gambe, riuscì a trascinarsi fuori anche Leonardi Argia. Appena fuori chiamò i figli perchè la raggiungessero, Gabriella di quattro anni, rimasta illesa la raggiunse e un milite con la baionetta la sventrò, mentre un altro figlio invocava il suo aiuto perchè preda delle fiamme. Poi il pavimento crollò. Argia svenne e creduta morta non le fu dato il colpo di grazia. Anche altre due donne erano riuscite a raggiungere l'uscita e credute morte non ebbero il colpo di grazia: Manzi Cecilia di 61 anni e Annunziata Gabrielli di 24. Dina Perini, di otto anni, che era riuscita a salire al piano di sopra e poi sui tetti, lentamente ridiscese il muro della casa mettendo i piedini nelle fessure createsi fra un sasso e l'altro della casa, raggiunse terra mentre gli ultimi due poliziotti stavano allontanandosi e finsero di non vederla. Adriana e Dina sentirono dei gemiti sullato sinistro della casa e si portarono per vedere l'origine di quel pianto e trovarono il piccolo Pietro che era precipitato dal tetto su una "spularola" del grano.  

Cecilia Alessandrini figlia di Argia si salvò

 

I Castronai
I Castronai

Doro
Doro

Morirono nella Casa dell’eccidio di Tavolicci quarantaquattro persone. Ventinove nella stanza in cui erano state rinchiuse colpite dalle pallottole o bruciate vive perché impossibilitate a muoversi per le ferite; undici appena uscite dalla casa; due sul tetto e due, Pietro Gabrielli di 14 giorni e Benilde Sartini di 10 anni, perirono dopo alcuni giorni. Morirono a Tavolicci.

L’efficienza registrata nell’Appennino forlivese è dovuta a “basisti” della zona, soprattutto ai fascisti di S. Agata Feltria e Perticara. Secondo le testimonianze dei sopravvissuti alla strage di Tavolicci autore degli spari sulle donne e i bambini rinchiusi nella casa di Domenico Baccellini è stato un individuo “mascherato”, dal volto coperto. Questo elemento dimostrerebbe come tra i carnefici ci siano persone conosciute, vicine alle vittime. Ma la presenza di uno o più uomini mascherati tra le truppe operanti si ripete anche in altre stragi e, probabilmente, è una modalità per attirare l’attenzione degli eventuali superstiti sull’uomo mascherato e un modo per renderne difficile la identificazione. Anche se le modalità di uccisione degli uomini di Tavolicci, a Campo del Fabbro, fanno presumere, che ad operare siano stati i fascisti locali di Sant’Agata Feltria e Perticara.

Testimonianza di Maria Gabrielli

Testimonianza di Giacomina Zanchini

Testimonianza di Cecilia Alessandrini

Dopo tre giorni dall’eccidio di Tavolicci, i poliziotti del IV Battaglione replicano la strage, questa volta contro 27 uomini di San Piero in Bagno, catturati per le strade o prelevati dal locale ricovero portati in cima al Passo del Carnaio e fucilati.

 

Nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1944 due soldati germanici che transitavano sul Passo del Carnaio che collega San Piero in Bagno a Santa Sofia, sono uccisi da una squadra di partigiani. Un episodio uguale era avvenuto la notte precedente con l’uccisione di una staffetta motorizzata. Alle 8 del mattino del 25 luglio settanta poliziotti del IV battaglione della polizia italo tedesca coadiuvati da reparti di SS italiane provenienti da Santa Sofia iniziano il rastrellamento alla ricerca di trenta uomini da fucilare per rappresaglia all’uccisione dei tre tedeschi. La decisione è presa tenendo all’oscuro i comandi tedeschi territorialmente competenti. Alle 8,30 venne incendiata la prima casa. Dalle 9 alle 11 sul Carnaio e a Tremonte sono bruciate altre sedici case. Le sessantadue persone rastrellate, prevalentemente donne e bambini, sono portate in cima al Carnaio e riparano sotto l’unica quercia presente nel luogo. Alle 11.30 don Ilario Lazzaroni si porta presso i prigionieri cercando di dar loro conforto e i sacramenti. Don Ilario conosce la lingua tedesca e alle 14 decide di recarsi a Bagno di Romagna per perorare la causa dei prigionieri presso il Comando tedesco. Ma una raffica di mitra lo uccide appena mossi i primi passi. 

Anche gli uomini di Bagno di Romagna e San Piero sono rastrellati e concentrati nei locali dell’asilo. Dopo lunghe trattative il maresciallo dei carabinieri di Bagno di Romagna Giuseppe Silvestri, interessando anche il tenente Salfner comandante di un reparto di austriaci, ottiene il rilascio degli uomini di quella località. Anche persone di San Piero ottengono la libertà dietro compenso di somme di danaro. Il rastrellamento riprende lungo le strade che portano a San Piero e nei luoghi vicini per sostituire con altri uomini i prigionieri rilasciati e raggiungere il numero di trenta, tre sono prelevati dal ricovero per anziani.

Alle 20.30 in cima al Carnaio vengono rilasciati le donne e i bambini trattenuti sin dal mattino. Poco dopo sono fucilati sei uomini. Alle 21, con un camion i tedeschi trasportano da San Piero al Carnaio altri 24 rastrellati. Durante il tragitto uno dei prigionieri di nome Busoni salta dal camion e si rende irreperibile, prova a salvarsi anche il diciassettenne Domenico Bucherini ma viene ripreso e impiccato al palo del telegrafo. Alle 21,30 gli uomini sono fatti scendere dal camion e portati nell’avvallamento sotto la strada, nei pressi della quercia. Le mitragliatrici sparano dall’alto, inesorabili. L’ora serale, tra buio e luce favorisce la fuga di due dei rastrellati che riescono a salvarsi: Ortensio Camillini e Gioacchino Milanesi. Nel trambusto della fucilazione e nel tentativo di inseguimento rimane ucciso anche un militare tedesco Eiseribois John, ucciso da fuoco amico. Ventisette gli italiani uccisi.


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