I Partigiani

I Partigiani

A cura di Vladimiro Flamigni

Nel 1943 si insediano i primi gruppi partigiani nelle Vallate del Borello, del Savio, del Bidente e del Tramazzo e l’area di Verghereto rimane marginale.

Nel gennaio 1944 nel territorio dei comuni di Casteldelci e Verghereto si forma un gruppo di circa quindici giovani renitenti di leva guidati da Giorgio Cordonnet. Il gruppo per un breve periodo, nella primavera del 1944, soggiorna anche a Tavolicci in una casa disabitata.

In tutto il territorio forte è la presenza di renitenti di leva, persino il figlio del podestà di Verghereto Federico Bardeschi si sottrae alla chiamata della Repubblica sociale italiana popolarmente chiamata "Repubblichina". Non solo, anche giovani forlivesi e di altre città vi si trasferiscono convinti di essere più al sicuro.

Mario Cortesi, uno dei giovani salito da Forlì presso i parenti delle Balze, racconta nella sua testimonianza, che fino alla fine di marzo la situazione nella zona rimane tranquilla. Alla fine di quel mese compaiono i partigiani per allontanarsene dopo pochi giorni, il 6 aprile, perché ritengono troppo pericoloso rimanere per la vicinanza della zona alla Linea Gotica. Il giorno dopo, 7 aprile, a Balze, giungono le truppe tedesche e fasciste, alla vista delle quali i giovani renitenti di Balze - Capanne, una ventina, si allontanano. Dopo essersi nascosti in varie località, si portano a Rivolpaio e vi rimangono per 10 – 15 giorni. La permanenza a Rivolpaio è tranquilla, alcune famiglie, dietro pagamento, forniscono qualcosa da mangiare, la sera si trascorre al suono della fisarmonica e dal ballo con le ragazze del posto.

Nel frattempo Balze torna alla normalità e i giovani vi rientrarono e organizzano la vigilanza per sfuggire a eventuali rastrellamenti.

Nel maggio 1944, dalla vallata del Savio arriva nella zona un gruppo di partigiani originari di Ravenna comandati da Giuseppe Poggiali (Pippo), con vice comandante Giorgio Baffe (Giorgio) e commissario Politico Lino Guerra (Lino). Si aggregano a questo gruppo giovani di Roffelle, Fresciano, Badia Tedalda, alcuni slavi, e altri giovani di Anghiari e Pieve Santo Stefano. Si forma così il distaccamento “Pippo” della 8.a brigata Garibaldi, che in giugno conta 60 componenti. La zona d'attività è molto vasta, da Bascio nella Valmarecchia, a Badia Tedalda, Caprile, Fresciano, Pratieghi, Balze, Capanne, Sant'Agata Feltria, anche se l'attività militare si svolge prevalentemente in "Valmarecchia ove sono concentrate molte truppe tedesche".

Il rapporto con la popolazione, secondo quanto scrive “Pippo” al comando della brigata è buono, e a Casteldelci e in altre località si formano i Comitati di liberazione per aiutare logisticamente i partigiani. È invece problematica la convivenza fra il distaccamento “Pippo” e il gruppo Cordonnet per la sottrazione di armi fatta da quest’ultimo gruppo ai danni del primo il 25 maggio 1944, e per gli espropri di Cordonnet sulla popolazione civile. Il comandante "Pippo" è deciso a stroncare tale attività. Il 24 giugno Scrive al comando di brigata: [Cordonet] "ha commesso già qualche azione di banditismo e gli do caccia continuamente per acciuffarlo ma fin'ora mi è stato impossibile averlo, certamente col denaro che ha rubato ha corrotto qualcuno del posto ove opera e lo tengono nascosto, ma spero che un giorno o l'altro mi capiti fra le mani e così terminerà di fare il bandito"

Ai primi di giugno il distaccamento lancia una offensiva contro le postazioni della Linea Gotica e contro le truppe tedesche: sono assaltate e disarmate caserme, distrutte postazioni di mitragliatrici e mortai, uccisi soldati tedeschi. La presenza militare tedesca è debole e non reagisce. Ma, il 17 giugno, nel quadro di un ampio dispiegamento di forze per la messa in sicurezza dei lavori della Linea Gotica, viene schierato in zona il IV battaglione della polizia italo tedesca, forte di 400 uomini suddivisi in tre compagnie che si posizionano, la 1° a Sarsina, la 3° comandata dal tenente Haupt e dal ten. Aligata,  a San Donato, frazione di Sant'Agata Feltria, su questa compagnia ricade gran parte della responsabilità della strage di Tavolicci. A Balze si stabilisce la 2a compagnia al comando del tenente Otto Baumgartner e del suo vice Engel. L'arrivo dei poliziotti costringe i giovani renitenti ad allontanarsi dai centri abitati e a riparare nelle aree più periferiche come quelle vicine a Tavolicci, a Rivolpaio, a Castelpriore, a Corneto.

Il comando del battaglione fissa la propria sede a San Piero in Bagno. 

Lo stesso 17 giugno il feldmaresciallo Kesserling, comandante delle truppe tedesche in Italia, emana direttive che garantiscono l’impunità alle truppe che eccedono nella repressione antipartigiana coinvolgendo la popolazione civile. La scarsità di truppe tedesche da destinare alla repressione dei resistenti fa sì che non si miri più alla distruzione militare delle formazioni partigiane, cosa che avrebbe imposto lunghe preparazioni, indagini accurate e ampie forze non più disponibili. Ora, lo scopo è preventivo o punitivo: fare tabula rasa dei partigiani colpendo i civili per spezzare con il terrore il legame che unisce Resistenza e popolazione. L’intento è quello di terrorizzare i civili per indurli a chiedere ai partigiani di non operare militarmente per non subire la violenza fascista e nazista. 

Secondo quanto accertato da Paolo Pezzino e Michele Battini, sulla base dell’esame dell'ampia documentazione catturata ai comandi tedeschi avente per oggetto la repressione antipartigiana, il SIB inglese (Special Investigation Branch), incaricato di raccogliere prove dei crimini di guerra tedeschi in Italia, giunge alla conclusione, che stragi, eccidi e uccisioni individuali non furono la reazione sproporzionata, gli eccessi di singoli ufficiali alle azioni partigiane, ma una precisa strategia adottata da Kesserling e dai suoi collaboratori. 

Il comportamento del IV battaglione della polizia italo tedesca si conforma strettamente a questa strategia.

Per il criminale sistema di ordini emanati dai comandi tedeschi e le prove raccolte dal SIB si veda Michele Battini e Paolo Pezzino, Guerra ai civili. Occupazione tedesca e politica del massacro Toscana 1944, Marsilio, 1944.

Dopo la serie di brillanti azioni contro le postazioni tedesche sulla Linea Gotica e i numerosi attacchi a mezzi di trasporto tedeschi, in una data prossima al 25 giugno, alcune squadre del distaccamento "Pippo" si appostano in località Pianca, tra Pratieghi e Bigotta, e al transito del corteo dei lavoratori della Linea Gotica, catturano e disarmano i cinque militi di scorta e liberano i lavoratori, ma non si accorgono che un soldato tedesco riesce a fuggire. Quattro dei cinque militi chiedono e ottengono abiti civili per poter disertare; il sergente maggiore Calogero Riggi è invece fatto prigioniero e portato al casolare la Bigotta, sede del comando di distaccamento. Qui il Riggi si propone quale collaboratore in grado di far espugnare e disarmare la caserma delle Balze. Il 28 giugno, il reparto partigiano si porta alle Balze per attaccare la caserma. I partigiani non sanno del soldato tedesco fuggito, dell'allarme da lui dato e dei militi giunti di rinforzo, inoltre il Riggi non mantiene le promesse e dà l’allarme, a quel punto i partigiani sono costretti ad una precipitosa ritirata.

Il 2 luglio una colonna, formata dai poliziotti del IV battaglione, da reparti del battaglione Venezia Giulia giunti appositamente da Cesena e da reparti tedeschi provenienti da Badia Tedalda, guidata dal sergente maggiore Calogero Riggi, giunge ai casolari di Bigotta, Lamone e Montagna, sono i luoghi dove il Riggi è stato portato, durante la prigionia, dai partigiani di Pippo, e che ora vengono incendiati. Non mancano le violenze contro i civili e la razzia di numerosi capi di bestiame. Due ragazze, accusate di essere le cuoche dei partigiani, le giovani Italia Francia a servizio a Bigotta, e Barbarina Bondoni di Lamone, vengono schernite e picchiate. Sono poi rinchiuse nella prigione delle Balze assieme a Nello, Italo e Ugo Bondoni, fratelli di Barberina, a Pierino Nuti di Bigotta e a Arduino di Ca Batarcio. Alcuni giorni dopo sono tutti trasferiti alle carceri mandamentali di Forlì. Le due ragazze e il Nuti vengono rimessi in libertà, gli altri uomini inviati in Germania.

Il bilancio del rastrellamento per i partigiani è durissimo con sette uccisi: Getulio Marcelli, Luigi Lazzarini, Gustavo Bardeschi, Agostino Moroni, Giuseppe Casini, Giuseppe Pettinari, e un triestino rimasto ignoto. I superstiti, per sfuggire ai rastrellatori sono costretti a dividersi in piccoli gruppi e a disperdersi. Lo stesso comando di distaccamento, in quel momento acquartierato a Lamone, si salva solo grazie alla presenza di spirito della popolazione. 

L'8 luglio, un altro duro colpo si abbatte sui partigiani di “Pippo”. In località la Spescia, sono catturati i Fratelli Bimbi, entrambi comandanti di squadra, assieme al loro cugino, il carabiniere Fosco Montini, e a Goretto Gori, Loreto Montini, Fortunato Vellati.

I prigionieri sono rinchiusi nella prigione delle Balze dove i fratelli Bimbi lungamente torturati e il 12 luglio fucilati in una località nei pressi della cittadina. Il 13 luglio Fosco Montini, Fortunato Vellati e Loreto Montini sono caricati su un camion, giunti a Sarsina sono fatti scendere e mostrati al Riggi, il quale riconosce in Montini il partigiano che lo ha catturato. Ciò è sufficiente per procedere all'immediata fucilazione del Montini. Gli altri due finiscono in Germania.

Il 14 luglio, la 2° compagnia delle Balze arresta alle Capanne cinque giovani: Claudio Capacci, Adolfo Capacci, Carlo Bozzi, Amilcare Piancaldini e Maria Castronai. Il loro fermo è probabilmente opera della Castronai, arruolata da pochi giorni come staffetta partigiana da Dario Mazzoni partigiano delle Capanne. La donna non viene rinchiusa con gli altri nel carcere delle Balze, ma dal giorno dopo si mostra per le strade di Balze assieme all'amante Otto Baumgartner, comandante della 2° compagnia. Il 19 luglio, dopo essere stati torturati sono rilasciati tranne Piancaldini che è trasferito nel carcere della SD (Sicherhetsdients) a Forlì. Il 4 agosto è prelevato, assieme al giovane Gino Carnaccini, al medico dei partigiani "certo dottor Gagliardi di Torino" e ad altri due antifascisti rimasti ignoti, tutti portati a Brisighella e fucilati per rappresaglia.  

Quello stesso giorno, 14 luglio, anche i poliziotti della 1° compagnia di Sarsina, procedono a violenze e arresti. La sera prima hanno ricevuto la denuncia di una donna che accusa il parroco di Donicilio, don Francesco Babini, di nascondere l'aviatore sudafricano lanciatosi pochi giorni prima dall'aereo in fiamme. 

L'aviatore, salvato dai contadini e dai partigiani, era stato portato prima a Rivolpaio, poi nella chiesa di Monteriolo dal parroco don Vicinio Caminati e infine affidato alle cure di don Francesco.

A Donicilio, all’alba di quella mattina, prima dei poliziotti, arriva un contadino per avvertire del pericolo permettendo così all'aviatore sudafricano e ad altri due militari inglesi, da tempo nascosti nella soffitta della canonica, di fuggire. Al loro arrivo i poliziotti arrestano don Francesco Babini, il suo giovane colono Riziero Bartolini, Mario Romeo sfollato da Napoli, in contatto coi partigiani, e un partigiano slavo fuggito dal campo di concentramento di Renicci, Grigig Franz, trovato nella canonica. Gli arrestati sono portati in carcere a Sarsina e il 16 luglio trasferiti a Forlì a disposizione delle SS del Sichereitsdienst SD. Il 26 luglio in seguito all’uccisione di un motociclista tedesco a Pievequinta, tranne Franz Grigig avviato ai campi di sterminio, vengono fucilati a Pievequinta assieme ad altri sette antifascisti.

In quindici giorni i poliziotti del IV battaglione hanno inflitto serie perdite al distaccamento partigiano e alla rete dei sostenitori e hanno capovolto la situazione militare e politica. La popolazione civile è terrorizzata, i partigiani sono costretti a nascondersi frazionati in piccoli gruppi e sono impediti ad operare per i continui rastrellamenti e le violenze contro i civili.

Tre giorni dopo, all’alba del 17 luglio, il IV battaglione risulta impegnato nel rastrellamento della zona di Ranchio per muovere poi alla volta di Pieve di Rivoschio sede del comando della 8.a brigata Garibaldi.

Alle 7 del mattino la colonna dei poliziotti raggiunge casa Tramonti in via Castello 25. Un poliziotto nel tentativo di sfondare la porta con il calcio del mitra, fa partire un colpo che ferisce un militare tedesco ed uccide il dodicenne Vezio Tramonti.

Dal rapporto stilato dal vice brigadiere Alfonso Foschi del gruppo carabinieri di Sarsina, apprendiamo che poliziotti e SS attribuiscono la responsabilità dell’accaduto ai partigiani: sono stati loro nascosti dentro la casa a ferire il militare tedesco e a uccidere il ragazzo.  

Una falsità che permette a SS e poliziotti di coinvolgere la popolazione civile e di accusarla di collaborazione con i partigiani.  E’ il pretesto per punire la popolazione, per terrorizzarla, ed è questo il vero obiettivo del rastrellamento.

Dieci persone residenti o sfollate nella frazione di Ranchio sono arrestate e costrette ad incamminarsi verso Linaro, frazione del comune di Sarsina situata a cinque chilometri di distanza. 

Tra i catturati vi è il giovane Francesco Tesei, nato il 24 aprile del 1924. Il giovane, secondo la testimonianza di don Silvio Farneti, teme per la propria vita. La sua cattura è forse conseguenza di una spiata. Egli è in età di leva e sono note, ai fascisti locali, la sua collaborazione con i partigiani e la fede comunista del padre Andrea, detto Andarion. Nelle prime ore del pomeriggio durante la marcia di trasferimento è ucciso in località Piano nei pressi di Linaro. Le circostanze della sua morte non sono state chiarite.

 

Gli altri nove: Pietro Agostini di Forlì, Antonio Angeli di Sogliano, Giuseppe Baldacci di Ranchio, Angelo Benvenuti di Forlì, Ivo Dal Pazzi di Caserta, Giacomo Mariani di Ranchio, Gino Mazzini di Ranchio, Alfredo Spagnuolo di Bertinoro, Mario Versari di Mercato Saraceno, giunti a Linaro sono caricati su un camion e portati nel carcere mandamentale della “Rocca” di Forlì. Dopo dieci giorni sono avviati verso i campi di concentramento della Germania. I rastrellamenti oltre a terrorizzare la popolazione sono occasione per procurare mano d'opera da inviare in Germania considerato che i bandi di arruolamento volontario sono disertati dalla popolazione.   

Nel corso del rastrellamento, tra Pieve di Rivoschio e Cigno i poliziotti riescono a catturare e a fucilare cinque partigiani: Alvaro Monti, Secondo Castellucci, Silvano Rossi, Benito Valbonetti e un austriaco rimasto ignoto. 

Giunti a Pieve di Rivoschio i militari incendiano alcune case, arrestano trenta persone e le traducono nella caserma Caterina Sforza di Forlì.

Il rastrellamento continua anche nei giorni seguenti e altri arresti si hanno tra gli abitanti di Ciola, Biserno, Galeata, Santa Sofia. Degli arrestati è stato possibile recuperare solo i nomi dei segregati nel carcere di Forlì: Ottavio Mengozzi, Domenico Busatti, Alfredo Serra, (Pieve di Rivoschio) Bruno Serra (Monte Sorbo), Amedeo Arrigoni, Dante Santucci (Ciola), Gino Milanesi, Duilio Agnoletti, Giovanni Martini (Santa Sofia), Angelo Menghetti (Galeata), Ettore Beoni, Angelo Agnoletti, Agostino Ceccarelli (Biserno), Egisto Batani, Alberto Menghetti. Degli arrestati rinchiusi nella caserma di via Caterina Sforza e nelle carceri delle SS in via Salinetore non sono stati recuperati ne elenchi ne documenti. Anche loro furono avviati verso la deportazione in Germania. Durante il viaggio mentre si accingevano ad attraversare il ponte di barche sul fiume Po, un bombardamento alleato permise a molti di loro di fuggire. Altri, più sfortunati, furono deportati e rientrarono alle loro abitazioni dopo oltre un anno, in condizioni fisiche fortemente compromesse. Fra loro i rivoschini: Cesare Bertozzi, Cesare Biondini, Giannina Foschi, Sergio Guerra, Antonio Zanelli.

Il giorno 19 luglio la 2° compagnia del IV battaglione è inviata a Castelpriore in cerca dei partigiani, anche se la piccola frazione del comune di Verghereto poco lontana da Tavolicci, non è luogo frequentato dai resistenti.

L’irruzione avviene all’alba e la prima vittima è un abitante del luogo, Mansueto Gabrielli, che si sta recando al lavoro nel podere. Alla vista dei poliziotti si spaventa, affretta il passo e inizia a correre, i poliziotti credendolo un partigiano in fuga lo freddano con una fucilata.

L’uccisione di Gabrielli crea una forte agitazione, i poliziotti aggrediscono a bastonate i giovani, perquisiscono e incendiano le case, ma non trovano nulla che faccia sospettare che in paese siano passati o abbiano soggiornato i partigiani.

C’è solo Maria Castronai, amante di Otto Baumgartner, comandante della 2° compagnia, che durante le perquisizioni afferma di avere trovato in casa di Marianna Pari moglie di Mansueto, sigarette di provenienza partigiana. Poi però la donna cambia atteggiamento e cerca di consolare Marianna per la morte del marito e di limitare le violenze dei poliziotti sui giovani del posto ed evitare ulteriori uccisioni.

L’azione su Castelpriore è giustificata dal punto di vista militare poiché il paese, come tutta l’area di Verghereto si trova a tergo dei principali insediamenti partigiani delle vallate dei fiumi Borello, Savio e Bidente, che nel mese di luglio e in quelli successivi sono oggetto di ripetuti rastrellamenti. I partigiani di quelle zone risultano particolarmente insidiosi, perché possono colpire alle spalle, ma l’azione repressiva non ha alcuna efficacia, poiché Castelpriore non è un paese frequentato dai partigiani.

Pochi giorni dopo questi eventi, Maria Castronai viene arrestata e inviata in campo di concentramento in Germania, ma di questo arresto non è stato possibile accertare le cause. Sulla base della documentazione esistente si possono avanzare alcune ipotesi, tra cui una rottura della relazione con l’amante pagata a caro prezzo, o il fatto di essersi spacciata per una preziosa informatrice, o entrambe le cose.

L’azione su Castelpriore resta poi sospesa, non si procede alla totale distruzione del paese e all’eliminazione della popolazione.

Ma l’azione che non è stata portata a termine a Castelpriore, deve comunque essere attuata allo scopo di eliminare completamente dal territorio la presenza dei partigiani rimasti e dei numerosi renitenti di leva, che potrebbero decidere di agire contro i militari tedeschi. Infatti numerose truppe devono affluire a difesa della Linea Gotica e il IV battaglione sta preparando il trasferimento nella zona del Piave, che avverrà l’8 agosto 1944, dopo cinquanta giorni di permanenza. A questo punto sono i fascisti di Sant’Agata Feltria e di Perticara ad indicare Tavolicci come il paese che parteggia e ospita i partigiani.

La frazione è in apprensione per quanto accaduto a Castelpriore e una pattuglia di sette militi di Pennabilli è inviata a tranquilizzare gli abitanti. Dopo due giorni la strage si compie.


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